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L'eredità di Umberto Eco

Di Patrizia Violi

Raramente una perdita ha avuto una risonanza così intensa e forte come quella che ci sta accompagnando fin da questi primissimi giorni che seguono la scomparsa di Umberto Eco. E non penso solo alle reazioni che in tutto il mondo testimoniano di una figura unica, eccezionale in molti e diversi modi. Questo non è sorpresa. Penso soprattutto a quello che tutti noi stiamo vivendo, i più anziani, che hanno passato ore, giorni, anni insieme a lui, a discutere, progettare, insegnare, ridere e scherzare; i più giovani, che lo hanno conosciuto e imparato ad apprezzare soprattutto attraverso i suoi testi. Ma Umberto Eco non ci ha davvero lasciato. Nella linea d'ombra invalicabile che separa la presenza viva dalla memoria, si colloca quella difficile cosa che è l'eredità. Umberto Eco lascia a noi soprattutto, che siamo parte di questa comunità scientifica di cui si è sempre sentito partecipe e responsabile, una enorme eredità, una eredità senza eredi privilegiati, una eredità che è davvero di tutti e di nessuno, e che apparterrà a tutti coloro che sapranno capirla, trasmetterla, farla fruttare. Ognuna e ognuno potrà trovare una direzione, un percorso, una strada nuova nella sterminata mappa che Umberto ha tracciato per noi, una mappa davvero grande quasi quanto l'impero. Per parte mia, mi piacerebbe che riuscissimo, di quella mappa, a conservare e far rivivere tra noi soprattutto uno stile e un modo di essere, capace di far coesistere rigore e leggerezza, ambizione intellettuale e senso del limite, una serietà capace di non prendersi troppo sul serio e di ridere anche di sé. Un modo di essere generoso di tempo e di idee, curioso e libero, aperto ed inclusivo. In questo stile mi pare forse consistere la cifra più vera dell'eredità umana e intellettuale che Umberto Eco ha lasciato a tutti noi.